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            Mario Gianquitto


LA PITTURA di MARIO GIANQUITTO
(a cura di Maria De Michele)

Lo spazio espressivo di Mario Gianquitto non è confinato tra le quattro mura del nostro pianeta.
Osservando con attenzione le sue composizioni pittoriche si scopre un’anima che non soffre le distanze, siano esse proiettate al passato, siano esse proiettate al futuro.
E il presente? C’è, in tutta la sua inquietudine, sensazione che si ritrova nelle sue figure, siano esse contemporanee o appartenenti ad un passato che, nelle mani di questo artista, vivono, disorientate e attonite, una realtà che svela tutta la sua dolorosa freddezza.
Nella pittura di Gianquitto si avverte, al primo impatto, una forza disordinata e propulsiva che mortifica la razionalità.
L’umanità è espressa in tutte le sue molteplici facce, dall’angelico volto di un’adolescente, al grido disperato di un bambino, al ritratto reinterpretato di un personaggio storicamente famoso.
Elementi quest’ultimi che divengono spunti del cuore su cui meditare, risposte a domande segrete alle quali occorre rispondere da soli.
L’artista assembla, interseca persone e personaggi con la passione per tutto ciò che nel nostro piccolo cosmo vive, vivrà o è stato vissuto.
L’uomo, la fauna e la flora divengono sulla tela lo svelamento di elementi che hanno perso i connotati, le cui abiezioni nascoste trapelano dagli sguardi delle sue creature.
Senza imitare il verso di nessun pittore Gianquitto oscilla tra personaggi che hanno fatto la storia e particolari naturalistici, nei quali si percepisce un rito di possessione, dove si avverte un’acuta insofferenza alle proporzioni, alla vitale necessità di riproporre un passato che l’uomo di oggi sembra abbia dimenticato, svilito e offuscato. E seguendo l’itinerario di una sua opera si incespica sempre in un giardino fantasticato, dove i fiori hanno forme e colori inesistenti. Sembra che in ogni quadro l’artista voglia lanciare un sospiro di commiato, frettoloso di esplorare altre galassie.
Il pittore si svela nel viso che si tinge di un’ostinata dolcezza, nei tratti di un genio ricomparso al tempo, nella decisione muta di una giovane donna.
C’è in Gianquitto l’urgenza di comunicare, e ogni elemento della composizione, solitamente tre, non soffre della leggerezza dell’imitazione, l’artista è concentrato unicamente a lanciare il suo s.o.s. Quando è all’opera ogni parte del suo corpo si concentra, quasi a sfidare, senza lusinghe, lo spauracchio di questa ingannevole vita.
Il suo procedere con perfezione puntigliosa su di una ciocca di capelli, sul chiaroscuro di un panneggio denotano il piacere segreto di dipingere.
Questo artista possiede la formula magica per rendere cose banali estremamente profonde.
Un quadro di Gianquitto non può essere guardato e giudicato, bisogna averlo alla parete della propria casa e osservarlo nel tempo. E solo nel leggerlo e rileggerlo ci si potrà infiammare di vergogna, si scoprirà, non per caso, che il contenuto di quel dipinto è carico di sottintesi, ove nulla è stato eseguito a caso. E nel leggerlo e rileggerlo quel dipinto diverrà necessario, perché la forza che sprigiona si mescolerà al piacere di possederlo.
Il messaggio pittorico di questo artista è un grido acuto per risvegliare le coscienze e far capire all’uomo che non è sufficiente scrutare il cielo cercando segni nuovi, ma è necessario non dimenticare il passato, per ricevere nutrimento dalla forza dello spirito.
Talvolta in alcuni lavori si coglie una voluttà senza memoria, le donne, spesso coperte da trasparenti veli di pudore, sembrano celare, con forza dolorosa, una castità svaporata.
La timidezza spaurita dello sguardo di un bambino, accompagnata dalla tenerezza trattenuta della gestualità, nasconde un empito di ribellione.
I colori dei suoi dipinti sono perfettamente sincronizzati, la luce gioca a vivere più vite travestite da pigmenti vibranti, congelati in un tempo scandito solo dalle emozioni.
I motivi astratti, sempre ricorrenti, sono galoppate vertiginose e scomposte, che, come note a margine, denotano la genialità dell’artista.



SPAZIO VENEXIART ED UNESCO
2° CONCORSO DI ARTE ESPRESSIVA "Operazione San Gennaro”

MARIO GIANQUITTO – SAN GENNARO. La santità.
1° PREMIO PITTURA - DOMUS ARS - 2012
(Critico d'Arte Ilario D'Amato)

  L'opera di Mario Gianquitto, immersa in un'atmosfera silenziosa e carica di mistero, si distingue per un eccezionale espressionismo coloristico che vivacizza una stratificazione figurativa estremamente interessante. Mentre la santità di Gennaro è richiamata al centro della composizione attraverso una benedizione che, in apparenza, si moltiplica con modalità surreali, personaggi di altri mondi attraversano lo spazio compositivo, incuranti o ignari del gesto che si compie alle loro spalle. L'opera finisce così per assumere linee direzionali differenti con una conseguente conquista dello spazio extra pittorico di grande presenza scenica. Ognuno di questi personaggi sembra in realtà possedere una propria storia, ognuno è figlio del proprio tempo, ognuno appare vittima delle proprie relazioni sociali    ma   qui,    nella   dimensione    ricreata
dall'artista, sono uniti pur restando separati, per sovrapposizione, come pezzi di un grande collage umano. L'artista ha fatto del colore la componente fondamentale dell'anima di queste figure, distaccandole dal vuoto assoluto per costruire un contesto variegato e di grande fascino. La santità acquisita e rivelata, soggetto principale del dipinto, si manifesta proprio in questo universo costruito da più storie racchiuse in una. Il doppio braccio destro del patrono non è da intendersi infatti come rottura del realismo figurativo del dipinto o come mostruosità mitologica, ma rappresenta semplicemente un passaggio temporale, è il simbolo di una trasformazione sacra, quella che Gennaro compie da essere umano a santo patrono della città di Napoli.  



ESTRATTO CRITICO DI GENNARO DE MICHELE

LA PITTURA di MARIO GIANQUITTO

Non sono un critico d’arte, ma amo l’arte. Sì, mi occupo di scienza e tecnica e amo l’arte. Molti, i più, pensano che sia impossibile: o la scienza o l’arte, bisogna scegliere. Un’obiezione fatta anche a Richard Feynman, premio Nobel per la Fisica, suonatore instancabile di bongos e geniale divulgatore, che replicava: Per noi è come sfogliare uno strato dopo l’altro un’enorme cipolla. Beh, possiamo stancarci, ma non c’è niente da fare.
Il piacere della scoperta, la nostra voglia di sapere, l’ansia di scoprire l’ignoto sono più forti. L’energia creativa è il nostro quinto elemento. Un elemento che, come l’acqua per i pesci, è vitale, non solo per gli scienziati e i ricercatori ma anche per gli artisti. E oggi più che mai l’avventura della scoperta scientifica, la sua vertigine, si intreccia con quella della creazione artistica risolvendo un antico dilemma su cui lo  stesso  Feynman  
in un suo discorso si era soffermato: Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: <<Guarda com’è bello>>, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: <<Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita>>, e allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. […] Cose affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati dalla natura. Proprio come l’arte.
Ma l’arte nella sua ricerca dell’ignoto ha un altro campo da scoprire. Un campo in cui la scienza fatica ad entrare, quello dei sentimenti, del dolore, della malinconia, dei ricordi, della gioia, dell’amore, della paura, della nostalgia, della fede, del sogno, della bellezza, della ribellione, del genio, della poesia.
Di questo parlano le opere di Mario Gianquitto, ma con un elemento nuovo e speciale che le unisce. Una sospensione di giudizio che consente a chi le guarda di penetrarle e di possederle, assorbendone la forza e facendosi qualche volta male.

Sì, i quadri di Gianquitto sono opere irrisolte. Sospese tra sé e il sé, tra nessun posto e un luogo, tra qui e altrove, tra ora e non so quando, tra realtà e sogno, tra passato e futuro, tra terrore e indifferenza, tra una poesia e i suoi frammenti, tra koan che ti lasciano smarriti e halku pieni di dolcezza. Insomma tra la notte e il giorno dei sentimenti. E ci parlano tutte dell’inquietudine del vivere, quell’inquietudine che quando ci attanaglia ci lascia, se ci lascia, solo dopo dure battaglie. Un’inquietudine che nel linguaggio dell’artista sembra trovare, attraverso una composizione formale ed informale, una soluzione all’ansia di raccontarsi. Così i sorrisi non esprimono mai gioia autentica, gli atteggiamenti non sono mai espliciti, le azioni mai definitive.
L’artista volge la sua attenzione al mondo in cerca di sicurezze. Rappresenta i grandi personaggi della storia e dell’arte accanto a donne bellissime e sensuali sospese nel vuoto, bambini, maschere, elmi, animali, veli, fazzoletti. E’ un modo per giocare l’inquietudine. Con il genio, l’innocenza, la bellezza, l’eros, l’incoscienza, il nascondersi sotto pesanti armature.
Così Mario Gianquitto con le sue opere viaggia nell’animo umano con una forza e una sottigliezza rara. E guardandole sembra di essere nel mitico giardino dei sentieri che si biforcano immaginato da Borges dove, in uno spazio che racchiude l’infinito, si perde qualsiasi cognizione del tempo.
L’artista esplora, così, con i suoi quadri l’ignoto infinito dell’anima e per farlo usa una tecnica pittorica, spesso fatta da un insieme di tecniche diverse che rivela il suo straordinario talento nel coniugare forme e colori rinascimentali o barocchi e rappresentazioni informali non meno affascinanti. E’ come guardare attraverso lenti, come quelle di Dippold l’ottico di Spoon River, e vedere immagini che possono acquietarti e farti accettare il mondo o turbarti e farti pensare a una cupa ribellione. E in questo, ancora una volta, l’artista appare sospeso tra una espressione artistica dionisiaca ed una apollinea, una sospensione che rende la pittura di Mario Gianquitto unica.
(Gennaro De Michele)


IL REGNO DELL’UOMO

Volti dipinti con precisione, eppure… sotto il pennello perdono la debolezza dei visi umani. L’osservatore cerca, ma invano, un legame, un nesso tra il personaggio e un albero, una bestia e una donna. Evocazioni dissimulate. Attraverso dragaggi, traforazioni operate dall’artista il personaggio si ripresenta ai posteri dentro e fuori della natura. Uomini rifatti da un uomo. Una conquista senza sottintesi.
Non ci si può mettere il passato in tasca. Gianquitto lo fa rivivere, non come ricordo, ma come percorso obbligato per giungere all’istante.
Uno solo il suo desiderio: essere libero , dominare le passioni.
Una pittura che diviene strumento di convinzione, di aggregamento, che passa attraverso la storia arriva alla contemporaneità aprendo un varco sul futuro. Una pittura classica capovolta da una logica che si conforma all’immaginario, in visioni di anime che si reincarnano, si riflettono nelle condizioni sociali dell’umanità.
Nelle sue opere il recupero della matita, del pastello. Un pittore, Mario Gianquitto, che trasforma la sua arte in un messaggio etico ma soprattutto estetico.


LE DONNE di MARIO GIANQUITTO

Le donne di Mario Gianquitto esercitano un fascino straordinario, non si rimane indifferenti di fronte alla forza dei loro sguardi, e come non riconoscersi, non emozionarsi, nel percepirne la sofferenza. Si può parlare di vera passione per l’universo femminile, nei suoi dipinti si scopre un mondo che perde in un istante la sua aura paludata se si riesce ad andare oltre l’apparenza.
Donne, come materia umana salvata, donne che realizzano la propria immortalità. Ognuna si distingue per la singolarità dell’ispirazione, dettata dalla pienezza del qui ed ora. Donne altere che a ben guardarle nella loro sobrietà inteneriscono per il loro candore.
Da radici antiche Gianquitto aspetta un incontro d’amore, con ognuna di esse,
aspetta di riscoprirle, il suo è un atteso incontro giacente nelle epoche e che finalmente è affiorato. Creature vive, in perenne mutamento, in accordo con la storia e con la natura. La donna diviene il ponte tra passato e futuro, una creatura soprannaturale sempre in sintonia con il progetto universale. Creature malinconiche, volti rasserenati nella cupa disposizione al dolore, in un calmo ed inatteso “amore”.
Volti e sembianze rigorosamente anonimi che risvegliano la coscienza, talvolta inquietanti, raffinati, sognanti, disincarnati. Sguardi mai chinati verso il basso, impressi con note pittoriche nitide e armoniose che rendono omaggio alla donna, creando, nell’intimo, una preziosa cerniera fra il passato e il presente.
La severa disciplina pittorica rivela il raggiungimento di una piena maturità e riconoscibilità e alimentandosi da fonti classiche le sue donne riescono ad elargire aderenza al mondo di oggi mescolato all’incanto di un mondo passato.
Grazie alla sua arte, l’artista riesce a conciliare l’inconciliabile, donne differenti e contraddittorie, dove la poesia aleggia tra i drappeggi fiorati, pose plastiche che, attraverso un percorso di immagini, come in sogno, approdano alla visione di bellezze struggenti e malinconiche. Un rapporto amoroso fatto di contemplazione, un viaggio spirituale illuminato forse… da barlumi di speranza.
(M.D.M.)
 
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